Domenica 14 Giugno 2009
dalle ore 18:30
"Arancia Blu "
propone
Verticale
di
Chardonnay Monteriolo ’97-’00 -’01-’02 -‘03
Coppo
Bicchiere e selezione di antipasti
o
formaggi
I Coppo
Dallo Spumante Moscato made in Italy
ad azienda - simbolo del rinnovamento della
Barbera astigiana
La famiglia Coppo è una delle realtà più importanti e solide dell’Astigiano e del Piemonte. La loro storia s’intreccia con quella della città di Canelli e della sua grandezza che ebbe all’inizio del ‘900. Che Canelli fosse già da allora capitale del moscato è cosa risaputa, ma che vi si produceva anche altrettanta barbera e sin dai tempi più antichi, è un fatto meno conosciuto ma significativo. L’azienda Coppo nasce nel 1892, nel segno, appunto, del moscato, quando Piero Coppo, il fondatore, inizia a produrre gli spumanti dolci, che sono il segno distintivo del made in Italy. L’azienda diviene solida e lo testimonia l’elegante casa di famiglia nel centro della città, la lunga teoria di cantine scavate nel tufo della collina, che mette a nudo, per stratificazioni geologiche successive, le varie epoche. Poi a Piero segue il figlio, Luigi, che amplia l’azienda, la dota di strutture e strumenti che mettono in grado di competere con i mercati che si stanno aprendo nel difficile dopoguerra e lascia ai propri figli, Piero, Gianni, Paolo e Roberto, oltre ai vigneti anche una filosofia di vita e di produzione lineare ed esplicita: “un vino viene prodotto perché è patrimonio della storia della gente del luogo e della tradizione di famiglia”.I quattro figli di Luigi, prendono in mano l’azienda giovanissimi ed anticipano quelle che saranno poi le tendenze vincenti dei ruggenti anni Ottanta, ponendosi come pionieri del nuovo corso della barrique. Il 1984, anno della morte del padre, coincide, infatti, con la vendemmia del rinascimento, con la barbera in barrique, bandiera dell’orgoglio piemontese, di questo vitigno allora vilipeso, oggi finalmente riconosciuto. Questo ha fatto sì che l’azienda rinunciasse alla sua iniziale vocazione spumantistica e alla realizzazione dei vini dell’albese per dedicarsi alla rinascita di un vino ingiustamente non nobilitato: la Barbera d’Asti. Nicola Manferrari è un uomo del vino , profondo, silenzioso, appassionato. Profilo friulano, occhi profondi, scuri, espressivi, e pochi sorrisi, dietro ai suoi baffi neri. Ama la terra, i vigneti, le uve. I vini che produce sono il suo modo di esprimersi, le sue parole. Prima si conoscono i vini, poi gli uomini: nei vini si immaginano le persone, la loro indole, la loro disposizione caratteriale, la forza e il controllo in una gestualità sobria, ridotta al minimo. Niente è apparenza, c’è la scarna natura delle cose, l’essenzialità. Il Friuli: i luoghi, la gente, le abitudini sono all’insegna del lavoro, della fatica. Poco fronzolo, molta concretezza. A detta di molti, Manferrari non è simpatico, almeno non di quella simpatia estroversa che accomuna molti vignaioli e donne/uomini del vino. E’ un animo schivo, non è fatto per le pubbliche relazioni, ti guarda, ti studia e cerca di rispondere con uno sguardo. Sicuramente in lui non si trova la gentilezza artefatta, quella del venditore che tenta di imbonire l’interlocutore per affermare la bontà del proprio prodotto. Anzi, al primo impatto appare diffidente e restio alle facili parole, persino se l’argomento sono i suoi vini. Un uomo timido, insomma, come del resto molti friulani legati al vino appaiono uomini timidi, ma lui con una sensibilità e un approccio particolari, fatti anche di affabile cordialità, soprattutto con le persone curiose. Poi, così come il vino, e il suo vino in particolare, respira e si apre, così l’uomo si distenderà e non mancherà di comunicare, suscitando interesse ed esibendo complessità.
propone una grande interpretazione del Bianco
con uno Chardonnay di stile borgognone
Il nome, Monteriolo, è della suggestiva strada che porta in collina. Le sue uve, allevate a 200 metri di altitudine, su terreni marnosi calcarei, provengono dalla tenuta La Galleria di Vallarone, nei pressi di Asti. Un bianco che dimostra di reggere alla perfezione invecchiamenti di svariati anni, con un perfetto impiego della barrique. L’uso del legno in casa Coppo non risponde a una pedissequa accettazione di una moda ormai dilagante: viene da lontano e nasce dall’idea che per arrivare a grandi vini occorre una metodologia di affinamento che sappia valorizzare le potenzialità del vino e non le soffochi con aromi e gusti estranei. Il vino è fermentato e affinato in legno nuovo, per nove mesi, sui lieviti, come ben si evidenzia già nel colore giallo oro archeologico e nei profumi nettamente segnati dal rovere, pur in presenza di note fruttate tipicamente varietali. Brillante per l’equilibrio tra la componente minerale e le nuances speziate. In bocca c’è buona consistenza e frutto: quando è ancora il legno a farsi sentire, si tratta certamente di dare alla bottiglia e al tempo la possibilità di renderlo più rotondo e omogeneo.
