Domenica 17 Maggio 2009
dalle ore 18:30
"Arancia Blu "
presenta
"Studio di Bianco ‘04
Borgo del Tiglio "
Bicchiere e selezione di antipasti
o
formaggi
Un vero outsider del vino
Nicola Manferrari, appena laureato in farmacia, già a 23 anni, lavorava dietro l’antico bancone della Farmacia Pontoni e Bassi in Gorizia, di proprietà della madre. Quando il 23 luglio del 1981 morì il padre Giuseppe. La madre, allora, lo comandò presso la piccola azienda del padre, che contava circa 5 ettari di terra e neanche 3 di vigneto, per organizzare l’imminente vendemmia. Più che altro per necessità, visto che era l’unico in famiglia in grado di farlo. Certo a vendemmiare e a vinificare, Nicola si divertiva di più che a vendere scatolette di farmaci. Fu così che si trovò ‘de facto’ insediato nelle vigne e negli antichi fabbricati che erano stati del padre. Il percorso formativo di Nicola Manferrari, dunque, quello che lo ha condotto a prendere negli anni decisioni importanti, che sono arrivate ad influenzare molto la fisionomia dei suoi vini, è stato un po’ anomalo rispetto agli altri viticoltori che fanno vino di qualità. Non essendo né enologo né agronomo, pur avendo studiato la chimica e la biologia, i fondamenti dell’enologia e della viticoltura, è andato avanti senza che nessuno gli fornisse la ricetta pronta del vino buono. Questa formazione sui generis ha segnato la fisionomia dei suoi vini che possiedono, a detta di molti un loro marchio di fabbrica, una loro riconoscibilità specifica. In questi vent’anni Manferrari, ha trasformato, studiato e abbattuto alcuni luoghi comuni e ha anche superato, concedendo massimo spazio al potere dissacrante dell’osservazione empirica, alcuni tabù. Ha osservato e adattato nuove tecniche e nuove procedure alle vigne e ai suoi vini. Spesso facendo ciò, si è trovato, senza cercarlo, a riannodare il filo con percorsi del passato interrotti da una modernità che aveva smarrito la ragione. E’ stato questo insolito approccio al mondo del vino che ha orientato le sue scelte. La sua casuale esperienza formativa lo rendeva insieme figlio degli insegnamenti della scienza e orfano di quelli della tecnologia. Nicola Manferrari è un uomo del vino , profondo, silenzioso, appassionato. Profilo friulano, occhi profondi, scuri, espressivi, e pochi sorrisi, dietro ai suoi baffi neri. Ama la terra, i vigneti, le uve. I vini che produce sono il suo modo di esprimersi, le sue parole. Prima si conoscono i vini, poi gli uomini: nei vini si immaginano le persone, la loro indole, la loro disposizione caratteriale, la forza e il controllo in una gestualità sobria, ridotta al minimo. Niente è apparenza, c’è la scarna natura delle cose, l’essenzialità. Il Friuli: i luoghi, la gente, le abitudini sono all’insegna del lavoro, della fatica. Poco fronzolo, molta concretezza. A detta di molti, Manferrari non è simpatico, almeno non di quella simpatia estroversa che accomuna molti vignaioli e donne/uomini del vino. E’ un animo schivo, non è fatto per le pubbliche relazioni, ti guarda, ti studia e cerca di rispondere con uno sguardo. Sicuramente in lui non si trova la gentilezza artefatta, quella del venditore che tenta di imbonire l’interlocutore per affermare la bontà del proprio prodotto. Anzi, al primo impatto appare diffidente e restio alle facili parole, persino se l’argomento sono i suoi vini. Un uomo timido, insomma, come del resto molti friulani legati al vino appaiono uomini timidi, ma lui con una sensibilità e un approccio particolari, fatti anche di affabile cordialità, soprattutto con le persone curiose. Poi, così come il vino, e il suo vino in particolare, respira e si apre, così l’uomo si distenderà e non mancherà di comunicare, suscitando interesse ed esibendo complessità.
Borgo del Tiglio produce vino dalle uve ottenute nei tre poderi aziendali: Podere di Brazzano ( 6ha, con esposizione sud-ovest),su cui è insediato il centro aziendale, Podere Cà delle Vallade (5 ha con esposizione sud-est), situato nella zone più fredda del Collio, in quanto sferzato dai venti freddi di nord-est e Podere Ruttars (5 ha, con esposizione sud-est); situati tutti in collina nell’ambito della denominazione Collio. Il Collio , una delle più accreditate zone di vino bianco d’Italia, è una piccola catena collinare di formazione eocenica. Il terreno ha origine dalla disgregazione degli strati di marna e arenaria che ne costituiscono il sottosuolo. La zona dista non più di 20 Km dal Mare Adriatico dal quale la separa una breve pianura, e una trentina di km dalle prime pendici delle Alpi. Ci sono grandi differenze climatiche fra i vigneti che guardano le Alpi e quelli che guardano il mare. Differenze esistono anche nel terreno. Dunque è logico aspettarsi un ‘influenza dell’ambiente sui vini. Al fine di evidenziare l’influenza del “terroir”, dal 1982 l’azienda ha adottato il metodo di vinificare separatamente l’uva raccolta da ogni parcella di vigneto, memorizzando i dati salienti, seguendone il percorso fino alla bottiglia. Per agevolare questo intento, tra il 1992 e il 1995, le cantine sono state ristrutturate completamente e rinnovati i contenitori, in modo che a partire dai fusti di legno di 250 litri, fatti costruire apposta, passando per le cisterne inox di 250, 500, 1000, fino a 2000 litri, sia sempre possibile travasare un vino da un contenitore ad un altro o assemblare più partite trovando il contenitore della capacità corrispondente. La cantina è disposta su quattro altezze, consentendo di effettuare spostamenti di prodotto per gravità, senza usare attrezzature meccaniche, riducendo così le manipolazioni e minimizzando le perdite. In questo modo si è in grado di vinificare separatamente una partita d’uva e portarla integra in bottiglia a partire da un minimo di 250 litri. Dal 2006, con la nuova barricaia interrata è possibile controllare separatamente la temperatura di ogni fusto di vino. Vino che viene tutto vinificato in fusti di legno francese per lo più da 250 litri. Borgo del Tiglio produce prevalentemente vino bianco. Si propone di ottenere vini con grande finezza, complessità ed equilibrio, caratterizzati dai luoghi di provenienza delle uve ed una buona attitudine a maturare nel tempo. Cerca nei suoi vini la finezza e la complessità che si ottiene da viti con un buon equilibrio vegetativo. L’equilibrio del vino viene cercato in tutte le fasi di lavorazione, a partire dalla scelta del momento di vendemmia, nella fase di estrazione del mosto, nell’assemblaggio dei mosti e infine nell’assemblaggio dei vini. La complessità viene assicurata anche dall’unione di partite differenti prodotte con l’obiettivo di accentuare i caratteri originali. Nella fase di assemblaggio dei vini da destinare alla bottiglia vengono scelte le partite che unite consentono d’avvicinarsi di più all’obiettivo cercato. Obiettivo enologico base e finale è, quindi, quello della finezza, senza finezza non esiste qualità. Manferrari dice: “Quando ho cominciato a fare vino, il vino da bottiglia era quello fine, l’altro non si imbottigliava, si vendeva sfuso, e invece oggi ci siamo abituati ad accettare tutto, a vini di impatto che negano la finezza oppure a vini con caratteristiche tali da essere ritenuti interessanti perché anomali”. Certo la finezza bisogna anche definirla e Manferrari ricorre a quello che lui stesso definisce un “criterio ancestrale e oggettivo”, quello della appetibilità dell’uva, perche “la finezza, che è la cosa più costosa da ottenere, si può avere solo con uve aventi caratteristiche ben determinate, che sono legate all’interesse primario della vite e di tutti gli esseri viventi che è quello di riprodursi”. Ecco così che solo l’uva al giusto punto di maturazione, quando risulta appetibile per gli animali, che mangiandosela e spargendo i semi con l’aggiunta di un po’ di stallatico, contribuiranno a massimizzare la riproduzione, solo in quel momento, appunto, darà vini fini. “Ecco quindi il bel colore dell’uva, per attirare i volatili, e i profumi giusti, per i mammiferi che hanno un olfatto molto sviluppato, ma solo al momento giusto quando il seme è maturo, prima i tannini sono amari e hanno funzione antisettica, poi si addolciscono e quello è il momento giusto”. Una visione naturalistica che ovviamente va affiancata alle esigenze di coltivazione e quindi alla necessità di ricreare artificialmente le condizioni naturali di accrescimento della vite, “che allo stato selvatico viveva con poco, arrampicata sopra un albero”. E poi succede che “l’uomo è un animale culturale e così tutto si complica, perché magari ci convinciamo che il vino è buono anche con descrittori cattivi e, siamo in pericolo, perché ad esempio, il sauvignon che deve sapere di pipì di gatto è fatto con un’uva che i caprioli non mangiano!” Anche se poi, secondo Manferrari, “gli istinti primordiali hanno prevalso e ora nessuno più si sogna di preferire la pipì di gatto alla pesca e al cassis”. Ottima maturazione delle uve, quindi, ma ci resta la curiosità di capire come questa filosofia si riverberi sulla vinificazione, sul procedimento sicuramente più antropico e meno naturale nella produzione del vino. Su questo Manferrari non si sbilancia in troppi particolari, piuttosto ci dà un criterio generale, quello della riconoscibilità del vigneto nel vino: “Per ottenere la finezza bisogna lavorare empiricamente con vendemmie e vinificazioni separate, fino a quando sia possibile all’assaggio riconoscere da dove proviene l’uva che ha dato quel vino, e questo è chiaramente frutto di tecniche non soverchianti e di tutto un insieme di piccoli accorgimenti dettati dall’esperienza che non vanno trascurati, al fine di ottenere l’equilibrio nel vino, che è la qualità conseguente alla finezza”. Umiltà ed empirismo quindi. Ma allora, qual è lo stile di Borgo del Tiglio? “E’ l’evoluzione di uno stile che c’era, e che poi è stato abbandonato da molti. Noi ci sentiamo seguaci di Mario Schiopetto, che è certamente l’autore del rinascimento del vino bianco italiano, con le sue contaminazioni dal mondo germanico. Lui guardava ai Riesling della Germania che profumavano di rosa, la sua era una lotta all’ossidazione, quale sintomo di invecchiamento del vino, e invece oggi alcuni mirano al vino ossidato. E certo un vino ossidato affronta gli anni senza timore, anche una mummia dura una vita, basta togliergli tutta la sostanza organica!” Quelli della mia generazione hanno poi tentato il superamento di una concezione solo tecnologica e abbiamo messo in discussione l’intoccabilità del vigneto. Il Collio è stato all’avanguardia in Italia nel rinnovo del vigneto. Da questo punto di vista possiamo dire che ci siamo volti di più verso la Francia Nel pieno del Collio i vini di Borgo del Tiglio sono sicuramente la migliore espressione del bianco friulano, vini di grandissima classe, “pensati e sofferti”, che tuttavia non lasciano trasparire questa elaborazione, proprio perché molto naturali, fermamente legati al terreno e alla vigna. Vini con in comune una finezza ed un’eleganza estrema, esemplari nel nitore olfattivo, tutti proiettati sulla longevità. E, appunto per questo, non subito pienamente espressi, che crescono con un lungo affinamento in bottiglia. Bianchi che nel tempo svelano tutta la loro profondità e che oggi sono da intenditori e da collezionisti.
Nel magico mondo dei vini bianchi friulani, accanto ai vini varietali ottenuti dalla vinificazione in purezza di singoli vitigni, Tocai piuttosto che Ribolla gialla, Chardonnay, Pinot bianco, Sauvignon, Malvasia, ecc., negli ultimi vent’anni vanno sempre più acquistando spazio e rilevanza una serie di vini, ottenuti dall’accostamento calibrato di più varietà. In questo modo i produttori, non solo, ottengono vini più complessi e variegati, ma riescono a caratterizzare maggiormente i loro prodotti, a differenziarli tra loro, a renderlo ognuno un caso a sé, un’opera d’arte, In alcuni casi si deve proprio usare questa definizione irripetibile e inimitabile. Questi vini, per molto tempo, si sono proposti come vini da tavola, in altri casi sono confluiti nella Igt Venezia Giulia, quelli nati e cresciuti nell’aria del Collio e dei Colli Orientali trovano, da un po’ di tempo, ospitalità nelle due rispettive Doc che, senza alcuna indicazione di vitigno, si propongono tout court come “bianco”. La scelta di queste denominazioni, punta chiaramente a porre l’accento più sul territorio d’origine, sul terroir, che sulla connotazione varietale del vino. Vini talmente caratterizzati e particolari che per entrare nella loro composizione, che non è mai fissa, che può mutare anno dopo anno, non solo nelle percentuali e nel dosaggio dei vari vitigni, ma nella presenza o assenza di questa varietà piuttosto che di un’altra, l’appassionato deve cercar di tenere un proprio archivio continuamente aggiornato. Ogni appassionato, nell’ambito di questi uvaggi, composti con pazienza come un mosaico, tende ad assegnare una preferenza, grazie a una maggiore ricchezza di sfumature aromatiche, ad una struttura più piena, ad una punta in più di eleganza, a questo o a quel vino. Studio di Bianco si dispiega in questo panorama appena descritto. E’ indispensabile capire l’evoluzione, il work in progress, la ricerca incessante, che è alla base di questa creatura di Manferrari. Questo vino emblematico, dialettico, sofferto e letteralmente indescrivibile, al punto da avere indotto lo stesso artefice a ricorrere a bellissime citazioni da Montale e a “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio per tentare di delineare l’essenza e la natura più autentica, a darci la misura della grandezza di questo vigneron. Troppo intelligente, troppo indipendente, troppo alieno da allineamenti pecorecci alle logiche utilitarie del momento, a calcoli opportunistici, per essere celebrato da una guida che fa opinione. “Studio di Bianco” è un’indagine inesausta sulla possibilità data ad un vino bianco di essere assolutamente personale, originale, unico, perché espressione di un terroir uguale solo a se stesso, che entusiasma, perché come tutti i capolavori non ti mette in difficoltà, ma ti fa sentire a tuo aggio, stimolando la fantasia, l’acutezza delle percezioni, la gioia di confrontarsi con un bicchiere. Banale e riduttivo ricordare l’uvaggio di questo capolavoro, ricordare che sono il Tocai friulano, il Sauvignon, raccolto a maturazione avanzata, il Riesling renano, gli “ingredienti” del vino in cui, molto probabilmente, Manferrari più si rispecchia e si riconosce. Meglio ricordare il luogo che origina il vino, un vigneto di due ettari e mezzo esposto a sud-est della collinetta di Ruttars, il terreno ricco di affioramenti calcarei dove il precedente proprietario (Borgo del Tiglio acquista il podere nel 1989) aveva con grande lungimiranza piantato diverse varietà di uva bianca. Il grande lavoro di ricerca, sperimentazione, calibratura, di studio appunto, come dice il nome, del vino, condotto partendo dalla vinificazione separata di tutte le varietà presenti, quindi dalla vinificazione a coppie in tutte le combinazioni possibili, analizzando le risposte, le compatibilità, la capacità di completarsi, sino ad arrivare ad individuare nella triade Tocai- Sauvignon-Riesling la chiave, almeno per ora. Punto d’arrivo e di partenza di un processo che, tramite l’analisi del “rapporto dei tre vitigni da usare nell’uvaggio, dei momenti di raccolta, delle tecniche di vinificazione, della scelta del legno e della durata dell’affinamento in botte”, oltre che nella selezione dei migliori ceppi di Sauvignon, è un vino che appare già quasi perfetto. Tentando di sfidare la condizione d’indicibilità dell’opera d’arte ed esaltandone la sua cifra consolatoria, invitiamo tutti coloro che amano i vini di forte carattere e personalità a confrontarsi con questo monumento alla grandezza del Collio. E’ un vino dai profumi dolci, mandorlati e terziari, che fa della buona consistenza al gusto e della bella acidità il punto di forza, anche nell’ottica di contrastare un legno abbastanza evidente, seppur non stucchevole. Un vino che cresce nel tempo, ma subito espone un quadro aromatico bellissimo, tutto in densità e morbidezza, in cui appaiono le note floreali, la vaniglia, le spezie. Grande poi la masticabilità al palato, la dolce densità, la concentrazione, ma sempre in questa suprema sensazione di euritmia, di equilibrio.
